La forma classica, che si presenta più frequentemente dopo lo svezzamento, si manifesta con diarrea cronica, addome globoso, inappetenza, arresto della crescita, calo ponderale e irritabilità. La crescita è in genere normale nei primi mesi di vita e inizia a essere compromessa dopo qualche settimana o pochi mesi dall’introduzione del glutine con il divezzamento. In sostanza, quando un bimbo cresce poco e ha frequenti problemi di natura intestinale, potrebbe essere celiaco.

Nell’individuo adulto il ventaglio delle manifestazioni cliniche è assai vario: alcuni presentano una situazione di malassorbimento, con ricorrenti dolori addominali, diarrea/stitichezza, flatulenza e perdita di peso; altri, invece, riferiscono uno o più sintomi cronici spesso estranei all’apparato digerente, perché l’organo bersaglio di questa perversa reazione infiammatoria è sì l’intestino tenue, ma poi a soffrire è l’organismo nella sua interezza.

La gamma delle manifestazioni extra-intestinali è quindi ampia: anemia da mancato assorbimento di ferro, piccole ulcere nella bocca, macchie scure sui denti, un modesto innalzamento delle transaminasi nel sangue, osteopenia od osteoporosi, aborti ricorrenti in una donna fertile, esordio tardivo delle mestruazioni o una loro protratta mancanza, oligospermia o una ridotta motilità degli spermatozoi negli uomini. Chi soffre di celiachia può anche accusare formicolii agli arti, depressione e ansia.

In alcuni casi, poi, i sintomi sono molto lievi e sfumati: talora ci si sente stanchi e affaticati, oppure si ha difficoltà a concentrarsi. Mille disturbi, un solo nemico. Ecco perché i celiaci italiani che sanno di esserlo solo circa 165 mila, ma le stime dicono che se ne potrebbero potenzialmente contare 600 mila.