In Lucania, i contadini del passato la chiamavano “maurizia” e andavano a cercarla, con zappa e vanga, nei prati ai piedi delle colline, per farne decotti o come leccornia per i bambini, da infilare nella calza della Befana insieme con carrube e collane di fichi secchi farciti di mandorle.

Liquirizia, infatti, deriva dal greco e significa «radice» (riza) «dolce» (glikos): è quella di una pianta della famiglia delle Luguminose-Papilionate che cresce spontanea nel Mediterraneo, nei terreni argillosi e sui litorali dell’Italia meridionale e centrale.

Le lunghe e ramificate radici al naturale si trovano – ripulite, ben essiccate al sole o in forno e tagliate a bastoncini – nelle erboristerie e nei negozi di alimentazione naturale: possono essere succhiate e masticate per gustarne il succo dall’aroma particolare, dovuto a un glucoside, la glicirizzina, che vanta un potere dolcificante 100 volte superiore a quello del saccarosio. In questa veste, piace molto anche a chi sta cercando di smettere di fumare.

DA CONSUMARE CON MODERAZIONE
Le radici, poi, sono molto usate dall’industria dolciaria: se ne estrae il succo fino a ottenere una pasta di liquirizia in varie concentrazioni per poi trasformarla in pasticche, caramelle o bastoncini o per aromatizzare birra, tabacco, farmaci… L’infuso della radice grezza ha propiretà antifiammatorie, antispastiche, espettoranti e lassative; il decotto va bene anche per praticare dei gargarismi quando la gola è irritata. Commenta Rita Sala, medico specializzato in Scienza dell’alimentazione: «La liquirizia stimola i succhi gastrici, e quindi facilita la digestione, ma in quantità eccessive ha azione ipertensiva, quindi è controindicata per chi soffre di pressione arteriosa alta».

Mariateresa Truncellito