Nel 25% dei casi la sensibilità al glutine sarebbe all’origine di quei tipici disturbi finora attribuiti al “colon irritabile”. Ecco la sintesi dello studio «Glutox», promosso dall’Aigo, l’Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri (alla quale convergono da oltre 40 anni gli esperti di gastroenterologia ed endoscopia digestiva che operano negli istituti ospedalieri italiani). Obiettivo dell’indagine: verificare la reale diffusione della «sensibilità al glutine», situazione diversa dalla celiachia e che costituisce allo stato attuale una condizione ancora scarsamente messa a fuoco, la cui diagnosi avviene per esclusione.

LO STUDIO
Per comprendere quale fosse la reale causa dei disturbi lamentati dai pazienti, i ricercatori li hanno privati dei cibi contenenti glutine per tre settimane. Dopo questo lasso di tempo, l’alimento è stato reintrodotto ed è per l’appunto emerso che il 25% di costoro ha di nuovo accusato i fastidiosi sintomi. Pertanto è possibile ipotizzare per queste persone una terapia esclusivamente basata sulla dieta, simile a quella adottata per la malattia celiaca.

ALTERNARE L’ALIMENTAZIONE
In pratica, si è visto che un paziente su quattro, se interrompe l’assunzione di cibi a base di glutine, non soffre più dei fastidi tipicamente attribuiti al cattivo funzionamento dell’apparato digerente. Sottolinea Luca Elli, coordinatore dello studio «Glutox»: «Rispetto alla celiachia, patologia che impone una dieta stretta totalmente priva di glutine, chi soffre di sensibilità a questa sostanza potrebbe, di concerto col proprio medico, alternare periodi di astinenza a fasi in cui può assumere alimenti glutinati».

Per cui, qualche strappo a tavola può essere concesso, magari in corrispondenza di particolari ricorrenze, come le festività pasquali o natalizie, per esempio. Si stima che la sensibilità al glutine potrebbe interessare tra il 5 e il 10% della popolazione italiana.